Salmastro pt. II

Dopo aver raggiunto il suo apice per annullare le ombre della terra, il sole cominciava il suo lento declino. Era privo di pietà: ferocemente flagellava una serie di case scortecciate rivolte verso il mare. Le ante socchiuse, come occhi che ricevono troppa luce, nascondevano una seducente oscurità. Il desiderio di violarla era forte, ma non più forte del peso che si portava appresso. La vecchia àncora lo guardava, avvolta nella ruggine dei tempi, implorandolo o sospingendolo verso la riva. Il tempo aveva intriso il suo corpo di sabbia e sale, consumandolo; un diverso tipo di ruggine lo affliggeva internamente, più dell’arsura che bruciava la gola o dei raggi del sole che seccavano la pelle o ancora  più delle piaghe sanguinose che le corde utilizzate per trascinare la sua amica ossidata gli avevano causato lungo le spalle e la schiena.

Lo aspettava una barca. Tirata a secca e ornata di due remi, sembrava un inno alla solitudine di quel luogo. Il suo naso accolse l’odore polveroso del legno lasciato troppo tempo al sole, che si aggiunse a quello misto di sabbia e sale, un salmastro invadente che permeava tutto, senza alcuna tregua.

Per quanto tempo remò? Difficile a dirsi. Quando ci si incammina per il mare la costa diventa sempre più piccola e indefinita, fino a che non è più possibile capire se si è fermi o se ancora si sta scappando lontano. Il tempo comunque passava, l’arrendersi del sole verso occidente ne era la prova più concreta. Scelse un punto in mezzo a quella distesa infinita che si originava dalla sua barca e si fermò. Non c’era orizzonte che chiudesse l’oceano; le onde che lo percorrevano non avevano mai fine, viaggiavano per sempre, come i pensieri. Il fascino di quella distesa salata era banalmente solo questo: nonostante tutto, la mente umana non era in grado di limitarlo in nessun modo. Non poteva -o non voleva?- rinchiuderlo, circondarlo con la propria razionalità, l’arma più potente e rappresentativa della vanagloria umana; anche le sue profondità non gli erano accessibili: forse che fosse imperativo solo fantasticarle, renderle dei pensieri, come quelle onde che non avevano mai fine? C’era un fondo -doveva esserci!-, e invece il suo corpo affermava il contrario, e rispondeva con il timore, urlando sottovoce la sua ammirazione per quel supposto infinito che la natura della sua mente non poteva contenere. Non del tutto. Era quindi davvero infinito? Il solo pensiero lo riempiva di un sentimento di sollievo e paura. Quella voragine senza fine -era sicuro oramai che lo fosse- poteva contenere tutto al suo interno, ogni singola perturbazione sulla tavola piatta dell’esistenza, invertendo così i ruoli: non era più lui, portatore e campione della razionale mente umana, a circondare l’oceano, bensì il contrario. Ed adesso era quindi convinto che ogni sofferenza e dolore del cuore, anche quelle ormai perdute nelle pieghe del tempo, fossero lì accatastate. Nessuna esclusa.

Da qui la paura e il sollievo: il sollievo di non averle perse davvero e la paura di doverle forse un giorno affrontale tutte unitamente. Se non non aveva la forza di circondare il mare, come avrebbe potuto averle tutte al suo interno nello stesso momento? Se erano state perdute nelle pieghe del tempo, forse era proprio perché non era possibile la loro contemporanea presenza dentro di sé.

Osservò l’ancora. Voleva gettarla: era stato il suo istinto fin dall’inizio ma le possibili conseguenze lo trattenevano. Si domandò quindi cosa fare: tornare indietro o fare ciò che realmente desiderava fin da quando aveva deciso -supponendo che fosse davvero una sua scelta – di trascinarsi da quell’arida spiaggia al mare aperto? Si disse che non era più possibile fermarsi, e la gettò e si accorse che anche il sole stesso si stava tuffando nel mare, lentamente spegnendosi; sarebbe tornato il giorno dopo e quello dopo ancora, eternamente, così come per l’eternità l’immenso blu avrebbe accolto nella sua mostruosa voragine senza fine l’ancora di ogni uomo stanco e rovinato dall’aria salata.

Universo 12

Parte I. L’esistenza è un circolo di pietre tonde.

Da quanti giorni stava scappando? Era difficile per lui ricordarlo. La fuga è un qualcosa di estenuante. Prosciuga ogni forza fisica e mentale. Lascia i muscoli induriti e stanchi, i tendini che tirano, gli occhi che bruciano aridi. Svuota e affolla la testa, gli stessi pensieri ossessionanti si incuneano e iniziano a girare vorticosamente fino a saturare la mente. Tutto questo impedisce ad un uomo di non deteriorarsi. Assottiglia la sua essenza, finché non ne rimane che un’impronta consunta.
Quando capì di essere arrivato, forse non alla fine della sua corsa, ma almeno a una tappa, senti un forte sollievo. Percepì il suo corpo distendersi e la sua mente placarsi, anche se un’ombra di timore rimaneva costante di sottofondo.
Capì di essere arrivato dal rumore che facevano i suoi passi, un debole sciacquettio. L’unica cosa che sapeva era di dover arrivare alla distesa salata e poi al cimitero. Il resto era troppo confuso per poterlo riconnettere al momento. Non aveva realmente idea del perché trovarsi in quel luogo avrebbe potuto aiutarlo, ma era fiducioso. O quello, o il vuoto dell’arrendersi. Non aveva altre opzioni. Non sapeva nemmeno come fosse una distesa salata, non aveva mai sentito parlarne prima, ma questo doveva essere il posto giusto. Sentiva che era così. Voleva che lo fosse.

Si fermò. Cadde il silenzio. Si prese un momento per adattare gli occhi al debole riverbero della sottile patina d’acqua che ricopriva il suolo. Si estendeva in tutte le direzioni, immutata da ogni punto di osservazione. L’odore di sale non era poi così forte. Ricominciò a camminare, ma con un passo più lento, intriso di dubbio. Aveva completamente perso l’orientamento spazio-temporale, come se fosse stato inglobato nell’immutabilità di quel luogo. Iniziò a pregare per un nuovo dettaglio, per una rottura della monotonia. Ben presto si trovò esaudito: in lontananza vide delle piccole gobbe nel terreno, forse dei sassi impilati. Affrettò il passo fin quasi a correre, con il desiderio di tornare a qualcosa di più canonico, qualcosa che il suo cervello potesse registrare come “già visto”. Iniziò a vedere in maniera più definita quelle “gobbe”. Erano incrostazioni di sale. Cosa coprissero non avrebbe saputo dirlo. Erano tutte della stessa forma più o meno. Alte piatte e strette, alcune rotte. Dei pannelli forse. Interamente ricoperte di sale. Fu invaso nuovamente da una leggere inquietudine. Mentre avanzava, quegli strani “pannelli” ricoperti di sale diventavano sempre di più, sempre più disposti in maniera regolare, evidentemente posti in maniera ragionata. Le incrostazioni diventavano più leggere e poté vedere che si trattavano effettivamente di pietre. Erano tutte della stessa forma e dello stesso materiale. Alcune sembravano portare delle incisioni, ma erano consumate e illeggibili. Da quanto tempo stava camminando? Quantificava lo scorrere del tempo in base al migliorare delle condizioni delle lapidi. Erano chiaramente lapidi. Ora gli sembrava così ovvio. Ormai non avevano più segni di incrostazioni e poteva leggere i nomi e le date. Non c’era altro, nessun fiore o foto, nessuna dedica, nessuna persona giunta a rendere omaggio. Pian piano anche l’acqua era andata diminuendosi. Era giunto nel pieno della sua seconda tappa, il cimitero.

Qui avrebbe dovuto trovare qualcosa, o qualcuno, che l’avrebbe aiutato. Un indizio, una spiegazione, una visione. Invece vi erano solo lapidi, finché occhio poteva scorgere. Il suo passo si fece nuovamente sostenuto. Finalmente, dopo aver rischiato di tornare in quella dimensione priva di connotazioni spazio-temporali, intravide una rottura nella monotonia: una nera figura avvolta in quello che sembrava un pastrano, o un mantello. Perfettamente immobile, sembrava in attesa. Quando finalmente raggiunse quella strana anomalia si accorse che altri non era che un anziano signore, chino e ingobbito, vestito con un tabarro scuro. Reggeva una lanterna spenta nella mano sinistra e impugnava un badile con la destra. Di fianco a lui una fossa appena scavata, con di fronte una lapide senza alcuna incisione.

“Io sono il becchino” esordì. La sua voce era molto calda e profonda. Quasi rassicurante. Non una voce adatta a chi lavorava in un cimitero. Se non fosse stato per la schiena curva l’avrebbe sovrastato. Teneva il capo chino, con i lunghi capelli brizzolati che gli nascondevano quasi completamente il volto. Senza dargli il tempo di replicare, continuò a parlare.

“So già che hai diverse domane da farmi, ma io non posseggo le risposte che tu cerchi. Posso però portarti da chi ti può aiutare. Ho finito il mio lavoro per oggi.” Trasse un respiro profondo e si incamminò nella stessa direzione che aveva percorso fino a quel momento. Che poteva fare se non seguirlo?

Solo ora si accorse di un edificio di pietra che si trovava di fronte a loro. Sorgeva appena dove finiva il cimitero. Era grosso e squadrato, con finestre provviste di inferriate arrugginite. Esercitava un forte fascino di lui, ma anche una sorta di repulsione. Quasi un istinto animale che lo incitava ad andarsene e scappare. Tuttavia, tornare indietro non avrebbe avuto alcun senso. Prima voleva sapere. Desiderava capire il perché di tutto questo. Seguendo il becchino entrò nell’edificio. Varcato un portone di legno, ai suoi occhi si presentò un lungo corridoio che terminava con una porta socchiusa, anch’essa di legno. Rimase colpito dal freddo, più intenso che all’esterno, che albergava lì dentro. Chi mai poteva trovarsi oltre quella porta? Il suo bizzarro compagno era caduto nel silenzio e non sembrava intenzionato a dargli altre informazioni al riguardo. Un’ansia nervosa lo stava permeando, crescendo ad ogni passo. Quanto era lungo quel corridoio? Più avanzava e più gli sembrava di allontanarsi. Anzi, era il corridoio ad allungarsi. Si rese conto, stupito, che la frequenza dei suoi passi andava calando, il suo incedere si era fatto stanco e irrazionalmente faticoso, come se le conseguenze di giorni e giorni di marcia privi di riposo gli fossero piombiate improvvisamente addosso. In effetti, da quanto stava camminando? Quando aveva riposato l’ultima volta?  La vista gli si stava offuscano, mentre le forze lo abbandonavano. Una sorta di intorpidimento saliva lentamente dai suoi piedi e si diffondeva lungo le gambe, prendeva l’inguine, avvolgeva i testicoli, attaccava lo stomaco finché il freddo e il torpore lo fecero crollare a terra. Davanti a lui riusciva a vedere però ancora il Becchino che avanzava a passo sicuro ma che non lo distaccava come era lecito aspettarsi. Una sorta di disperazione lo invase e gli fece pompare violentemente il sangue nel cuore, un torrente di fuoco liquido a 180 battiti. Nella sua testa si era insinuato il pensiero che, se non fosse riuscito a percorrere per intero quel maledetto corridoio fino alla porta di legno, tutto sarebbe stato perduto. Per un tempo infinito gli sembrò di trascinarsi con le braccia, strisciando sul pavimento freddo e crudo. Un malessere si diffuse lungo tutto il suo corpo, dandogli un senso di nausea violenta. Avrebbe voluto vomitare ma sentiva che il suo stomaco era vuoto. Quando aveva mangiato l’ultima volta? Sentiva che il torpore si era radicato nella sua testa e lentamente gli cancellava ogni ricordo; viaggiava lentamente lungo le sue sinapsi, espandendosi come una macchia d’olio nera e densa. Portava via con sé ogni cosa: pensieri, idee, immagini, sensazioni. I volti di innumerevoli persone scorrevano davanti ai suoi occhi ma non riusciva ad afferrarne i nomi, lentamente scomparivano dalla sua mente. Tutto ciò che lo circondava si faceva sempre più indistinto, perdeva i propri contorni e concretezza. Non si trovava più nel corridoio, non c’erano più un soffitto o un pavimento. Non c’era più la porta, ma sembrava non gli importasse più nemmeno della sua agognata meta. Era come se il mondo stesso stesse sbiadendo pian piano. Chiuse gli occhi con forza e quando li riaprì non vide più nulla. Dove lo sguardo poteva posarsi si vedeva soltanto una distesa bianca, asettica, infinita. Non vi era un sopra o un sotto, una destra o una sinistra. Non vi era gravità nel luogo dove si trovava ora. Solo in un secondo momento vide davanti a se quelle che sembravano pietre. Ne contò dodici. Erano tonde, lisce, di un grigio scuro. Erano sospese  di fronte a lui, e formavano un circolo. La loro innaturalezza era ancora più marcata del non-luogo in cui si trovava ora. Richiuse gli occhi, ma la visione di quegli strani sassi non svanì. Si concentrò per farle svanire ma non ottenne alcun risultato, come se fossero marchiate a fuoco sulle sue retine. Sconfitto, riaprì nuovamente gli occhi: non vi era più nulla, se non quell’infinito candore. Si accorse di essere nudo. Si sentiva completamente svuotato. Anzi, si sentiva nuovo. Per quanto gli suonasse strano come termine, si sentiva ricominciato. Chi era adesso? Chi era stato? Non sapeva più nulla. Non aveva più nulla dentro di sé. Nel momento stesso in cui elaborò quest’ultimo pensiero si trovò in piedi, di fronte alla porta. Era aperta e al di là poteva vedere il becchino. Poteva essere stata solo un’allucinazione, ma era sembrato tutto più che reale. Anche se al momento la parola realtà non gli sembrava adatta a quello che stava vivendo. Il suo unico pensiero in quel momento era che doveva oltrepassare la porta. Nient’altro. Non aveva più nome, identità o esperienza di alcunché. Finalmente varcò la porta.

Si trovò in una stanza di pietra, come il corridoio che aveva appena attraversato. Il becchino si stava svestendo alla sua destra, di fianco a un rozzo attaccapanni di legno. Nello stesso istante in cui si tolse il tabarro la sua statura divenne improvvisamente eretta. Adesso era molto più alto di lui. I capelli erano ordinati e pettinati all’indietro, rivelando un viso quadrato e dai lineamenti forti, con una corta barba brizzolata. Si sedette su di una sedia di legno massiccio, dietro ad una scrivania nello stesso stile e materiale.
“Siediti”. La sua voce era profonda e tenorile, quasi cavernosa. Si sedette su di uno sgabello posto di fronte alla scrivania. Notò una targhetta di bronzo con su scritto qualcosa, forse un nome o una professione, ma i caratteri erano illeggibili. Improvvisamente una domanda gli sgorgò direttamente dalle labbra, senza che l’avesse davvero pensata. “Tu sei Dio?”. Quello che fino a poco fa era il becchino, ma che adesso era sicuramente qualcun altro, non rispose. Si limitò a prendere un plico di fogli in una cartella di cuoio scuro. Mentre leggeva con noncuranza quello che vi era scritto, mormorava qualcosa su un circolo, un percorso e delle pietre. Nulla che sembrasse avesse senso. Infine alzò lo sguardo e rispose: “Puoi chiamarmi Dio se vuoi. Creatore, scrittore. Non fa differenza perché ci rivedremo solo tra molto tempo”.
“Per prima cosa cosa ci faccio qui?” chiese, sbottando d’impazienza. Era stanco di sentirsi ignorante su tutto ciò che lo circondava e che gli stava accadendo. Sul chi fosse o chi fosse stato. Bramava un’identità, o almeno delle informazioni.
“Sei trapassato. Stai semplicemente rinascendo. Ora ti si pone di fronte una scelta: continuare sulla strada che hai intrapreso o chiedere al becchino di guardare l’ultima tomba che è stata scavata”.
“Trapassato? Sarebbe a dire che sono morto?”. Eppure non si sentiva certamente morto, solo vuoto. Tremendamente vuoto. Era una sensazione che stava diventando difficile da sopportare. Il Dio, creatore o scrittore che fosse, lo guardò, come soppesandolo. I suoi occhi erano di un azzurro molto chiaro, quasi ghiacciato. Non sembrava tuttavia spazientito dalle sua domande, anche se questo non implicava che fosse intenzionato a dargli delle risposte.
“Trapassato significa trapassato, significa che sei andato oltre. Ora sei qui, e ti si pone solo questa scelta. Ti basti sapere che non potrai cambiare cammino una volta che avrai scelto”. Non avrebbe detto altro, lo sapeva. Cosa avrebbe fatto adesso? Non voleva tornare indietro, non gli sembrava avesse senso farlo. Ma anche andare avanti? Dove e perché? La sua risposta gli uscì in maniera convulsa come la prima domanda che aveva posto in quella stanza.
“Andrò avanti”. Gli sembrò che il Dio-creatore-scrittore inclinasse leggermente le labbra in una sorta di velato sorriso, ma forse era solo la sua immaginazione.
“Bene, allora. Come prima cosa devi guardarti allo specchio”. Indicò alla sua destra, ed in effetti c’era un enorme specchio, dalla forma ovale, alto quasi come la parete. Aveva una cornice lavorata con strani decori. In quel momento realizzò che non conosceva il suo aspetto. Non ne aveva memoria, o forse non lo aveva mai saputo. Si alzò e si pose di fronte all’enorme specchio: di fronte a lui si presentò un uomo che mai aveva visto prima, ma che senza ombra di dubbio era lui, il se stesso. Stava fissando il se stesso di adesso. Quello che non era prima, ma che sarebbe stato d’ora in poi. Si presentava come un uomo magro e alto, anche se non come il suo interlocutore. Aveva lunghi capelli neri come il petrolio, un nero infinito, leggermente mossi. Il suo viso era magro e affilato, con un sorriso largo e occhi di un blu inteso, come quello del mare aperto quando il sole sta calando. Portava una nera barba incolta, ma più chiara dei capelli. Quando ebbe finito di rimirarsi seppe il suo nome: Russell.

Salmastro

Poteva sentire agonizzante il salmastro portato dalla brezza marina. Lo sfiorava, avvolgendolo, quasi dolorosamente; impregnava le sue narici, facendole bruciare lentamente; irritava i suoi occhi, e questi lacrimavano; a poco a poco lo assorbiva e diventava una parte di quel tutto, di quel luogo di sale e di onde, di sabbia e di umido. Inspirava profondamente per accelerare il processo, cosciente del fatto che voleva essere rubato dalla sua realtà per farne parte, anche se solo per qualche istante. La consapevolezza di non poter rimanere per sempre un dettaglio di quel disegno lo mortificava; istintivamente la trovava una cosa ingiusta, a tratti sadica. Quella imposizione, quella non-possibilità -non sapeva come definirla altrimenti- aveva un aspetto violento, dittatoriale: gli ricordava costantemente le sue tante, forse infinite, limitazioni. La sua imperfezione era chiara: era inadeguato. Era stato concepito interamente inadeguato. I suoi nervi erano una sorta di costrizione ben definita del suo essere; invalicabili si stagliavano e recintavano il suo desiderio, fermo a pascolare in una radura troppo stretta, insoddisfacente.
Ciò che più lo mortificava era il fatto che non poteva aggrapparsi ad un errore. Un calcolo sbagliato avrebbe potuto capirlo ed accettarlo: la sua intrinseca disfunzione sarebbe stata non voluta. Poteva accettare di essere malfatto per un difetto di fabbricazione.
Ma non era così.
La catena di montaggio che l’aveva sfornato non aveva commesso alcun errore. Era stato concepito e voluto così. Questo era mortificante e, in profondità, deludente. Ogni volta che si trovava in un luogo in grado di intensificare il suo essere, questo si gonfiava e premeva contro il recinto nervoso contenitivo che gli era stato donato cercando di estendersi per aggrapparsi ad ogni insignificante granello di materia; fondersi con essa avrebbe alleviato il suo desiderio, o almeno così credeva.
Con il passare del tempo e dei luoghi aveva trovato un solo modo per appagarsi. Lasciava che il suo essere crescesse a dismisura e che si spezzasse, attraversando gli spazi vuoti del recinto stesso. Le parti di se che si staccavano, per quanto piccole, erano libere di fondersi con il sale nell’aria, di librarsi nel cielo e di ricadere sulle rocce, sulla sabbia o in mare.
Purtroppo lo spirito di un uomo non è stato concepito per essere spezzato, e tenderà sempre a riunirsi: questo lo sapeva. Ritornare in un luogo in cui aveva abbandonato una parte di sé avrebbe dato vita a sensazioni troppo forti, i ricordi si sarebbero incisi in maniera profonda nella sua mente e avrebbero continuato a pulsare per sempre; a volte più forte, a volte solo negli angoli più angusti della sua anima, ma la pulsazione non l’avrebbe più abbandonato.
E dunque seduto in riva al mare, con gli occhi chiusi, inspirava profondamente, sentendo il sapore salato dell’aria, sapendo che non sarebbe mai più tornato.

Duello in Chiesa

Si chiamano esami. E si chiama pigrizia. Questo per dire che non sono le idee che mi mancano. 
Il mio problema è la mancanza di abnegazione per quasi qualsiasi cosa. Poi potessi scrivere e basta lo farei. Fossi in grado, sarebbe la mia occupazione ideale. 

La domanda che da tanti, ma non troppi, mi è stata posta è: ti piacerebbe fare lo scrittore di professione?
“Beh si” è sempre stata la mia laconica risposta.

“E?”

E, niente. Se non lo faccio un motivo ci sarà. Quale che sia non è realmente importante.

Quindi eccomi qui, a cercare un impegno che dimostri che so mantenere un minimo impegno. Ho già fallito miseramente ma ritentar non nuoce. Credo.

Che ci faceva una chiesa in un’arida mesa? Chi si poteva mai essersi assunto il compito di costruire un santuario a Dio in quel riarso nulla che è il Colorado?
Son domande che sembravano scaturire stupite dai vetri rotti delle finestre della città fantasma di Bendiciòn; una delle tante nate e morte nel giro di pochi anni, vissute quanto bastava perché i suoi abitanti si rendessero conto che lì Dio ancora non era arrivato. Il vento turbinava insistente ed incessantemente produceva suoni uscendo ed entrando dagli stabili abbandonati. C’era sempre vento su quella mesa; cancellava le tracce, le memorie e la vita stessa. Solo la sabbia sembrava gioire, mentre danzava sollevandosi da terra.
A chi poteva interessare la perduta città di Bendiciòn? Nemmeno la nostalgia era rimasta ad incantare quel luogo. Ma d’altronde vigeva una semplice regola in Colorado: tutto ciò che non era custodito era di Blueberry.
Era qualcosa che andava tenuto bene a mente. Il solitario e straniero viandante lo sapeva bene, mentre camminava lentamente verso la chiesa abbandonata. Teneva una mano sul cappello per non farlo volare via mentre l’altra era nascosta, insieme all’intero braccio, sotto il pesante pastrano. La sabbia lo scalfiva in maniera impietosa ma lo straniero avanzava senza indugio. 

Sapeva cosa avrebbe trovato dentro la chiesa.

Oltrepassare la soglia priva di porta fu una benedizione, una tregua dal vento sabbioso che imperversava al di fuori. Era rimasto poco e niente in quel santuario senza Dio. Un Cristo giaceva riverso per terra, derubato della sua croce di legno.
L’unica nota stonata era la figura di un uomo, di spalle, quasi in contemplazione di un idolo mancante.

A rompere il silenzio fu lo straniero: “Sei davvero qui, allora”.
L’altro si voltò, mostrando un faccia arcigna con due vecchi baffi ingialliti dal fumo dei sigari. Quando parlò, la sua voce era roca e stantia, come se avesse dovuto abbandonare già da tempo quel mondo polveroso.
“Sbrigati a fare quel che devi, vecchio mio”.

Il vento irruppe con insensata violenza nella chiesa, frantumando i vetri residui e riproducendo quello che sembrava il suono di un organo. Quando il rumore cessò lo straniero estrasse la pistola e sparò. Il vecchio cadde a terra con la sua arma ancora in mano e il sangue che usciva da un lato della bocca.

Lo straniero si avvicinò e posò uno stivale sul petto del vecchio per accertarsi della sua morte. Apparentemente soddisfatto si girò e tornò in balia del vento della mesa.

P.S. Similmente al racconto Las Vegas, mi sono sognato pure questo, da qui la mancanza di particolari e di contesto.

Digressione

Quando esco di casa a piedi cammino sempre nella stessa direzione. Essendo un individuo compulsivo le zone della mia città sono divise tra luoghi da raggiungere a piedi, in autobus e in macchina. In particolare, il tragitto iniziale per i posti appartenenti alla prima categoria è sempre lo stesso.

Nell’uscire di casa a piedi passo sempre dallo stesso semaforo. Un semaforo a chiamata, su una via a senso unico, piuttosto lento -anche se io generalmente passo con il rosso. Da un po’ di tempo, azzarderei almeno 6 mesi, da quel semaforo, vedo sempre una persona che chiede l’elemosina.

La parte interessante non è che ci sia qualcuno che chiede l’elemosina ma il fatto che io l’abbia notato. Mi spiego: faccio fatica a notare le persone per strada. Più volte mi è stato rimarcato di non aver salutato qualcuno che mi è passato davanti. Quindi è normale che mi sia stupito quando mi sono reso conto di aver visto proprio questo individuo.

L’ho notato perché era particolare. Non stravagante o assurdo, ma fuori dalla tipica idea dell’elemosinante che si ha in mente. Era vestito bene. Pantaloni di tessuto, camicia, giacca di pelle. Barba e capelli curati. Pulito. Scarpe nuove o quantomeno ben tenute. Tipo colloquio di lavoro, un lavoro di sicura assunzione. Stava in ginocchio e aveva uno dei soliti cartelli: “sono senza lavoro, malato di diabete. Aiutatemi”. C’era scritto più di così ma il concetto è questo. Di fianco teneva dei fogli stampati, ad occhio la concreta conferma della sua malattia. La prima volta destò in parte il mio interesse ma la mia mente non si soffermò troppo su di lui. E andai avanti.

Non esco spesso a piedi. In genere vado in macchina. O vado a prendere il treno in stazione. Di conseguenza passarono alcuni giorni prima che io ripassassi dal semaforo. Ad ogni modo, lo ritrovai ancora lì. Unica differenza: aveva i vestiti più sporchi e il viso non era rasato. Aveva anche un bicchiere per raccogliere i soldi. La mia inquietudine aumentò, ma non ci feci particolarmente caso, mi inquieto facilmente. E andai avanti.

Insomma potete capire il prosieguo della storia. Ogni volta che lo vedo è sempre più trasandato, con gli stessi vestiti, la barba incolta. E mi trasmette sempre più un senso di malessere, di leggera nausea. Ci ho messo tante volte a capire il perché di questa mia reazione. Poi, di colpo, ho compreso.

Sto guardando un uomo che muore. Lentamente; letteralmente uno stillicidio. I suoi occhi sono sempre più offuscato e lo sguardo più basso come ad indicare una perdita di fiducia, inesorabile. Non so chi sia, mai lo scoprirò. Ma so una cosa: un giorno passerò dal semaforo e non lo troverò. La cosa peggiore è che saprò il perché della sua assenza.

Digressione

Faccio colazione con una Marlboro rossa, una pueblo e due bicchieri di coca sgasata.
Ma non è mattina, che ore sono? E’ buio, ho le finestre chiuse.
Sciami di ratti continuano a muoversi, nelle pareti, sotto il pavimento, nel soffitto. Squittiscono e zampettano, brulicano orrendamente.
Accendo la televisione. Il palinsesto dice Simpsons, Simpsons, Griffin, American Dad, Cleveland Show. Mi stendo sul divano e guardo. A quanto pare sono le quattro. I ratti non si fermano mai.
Perché sono ancora sveglio?
Vado sul balcone. Il lampione a lanterna appeso di fronte a casa mia fa un rumore assordante, mi perfora la testa. Mi concentro su quel rumore, sperando di non sentire i ratti.
Fallisco.
Sono nella mia testa, scorrono come torrenti; graffiano, mordono, grattano.
Guardo il cielo perché mi rilassa. La luna e qualche stella ricambiano il mio sguardo. Ma le stelle sono satelliti, privi di calore, e la luna si nasconde dietro le nuvole perché non vuole vedermi.
Le foglie degli alberi si muovono piano -il vento è dolce-, ma non mi dicono nulla.
Intanto i ratti continuano nel loro incessante moto.

Il posacenere è pieno. Lo svuoto. Quando lo riguardo ci sono già 7 cadaveri al suo interno. Bevo ancora e fumo ancora. Una nausea sottile mi assale. Mangio qualcosa, ma ho solo cibo orientale già cotto. Mi assale un conato ma lo tengo dentro.
Sono già vuoto.

Svuoto il posacenere.
Cammino e barcollo, vorrei dormire ma non posso.

Mi ritrovo steso a terra. Non capisco, ho dormito e sognato?
O era solo un catatonico dormiveglia?
La nausea è aumentata, trasportata dai ratti. Quei sudici torrenti sono diventati mari infiniti che mi circondano e mi avvolgono, mi zampettano addosso, mi feriscono. Si muovono in ogni dove, formano figure umane, i loro squittii si fondono in parole e frasi. Persone e luoghi che ho visto e ho vissuto, altri che non credevo reali, altri che sono sicuro di non aver mai assaporato si succedono con violenza sui miei occhi.

Mi siedo e mi accascio sul tavolo.
Scrivo sul Moleskine e sul computer.
Cerco di far defluire quel fiume di ratti fuori dalla mia testa, vorrei alleviare così la mia inquietudine, vorrei l’immobilità dei miei pensieri.
I ratti scorrono veloci, trasportati dalla penna e dalla tastiera.
Diventano parole, frasi e periodi, racconti.
Piano piano si fermano, imprigionati dal filo spinato che compone i quadretti del foglio e dalla colla biancastra della pagina di WordPress.

Il brulichio finalmente si arresta.
Anzi no, rimane di sottofondo ma ora riesco a dormire.
Mi addormento, sapendo che presto ritornerà.

Il Dio e la Bestia

Il Dio e la Bestia si fissano. Sono mossi da quello che è il più primordiale degli istinti: la curiosità. Non si capiscono, non possono comprendersi. Si annoiano e non possono far altro che osservarsi.

Il Dio e la Bestia non possono essere spiegati, descritti o catalogati. Vanno oltre la nostra capacità di comprensione. Si potrebbero chiamare divinità, incarnazioni o al limite quintessenze: non sono nulla di tutto ciò. Cercando di definirli, semplicemente li limitiamo. Pensarli nel tempo e nello spazio equivale a sacrificarli, avvilendo la loro vera natura. Al massimo ci è concesso immaginarli. Siamo liberi di concepirli come vogliamo, dare loro una forma, delle caratteristiche, degli attributi. In realtà, non è così indispensabile sforzare inutilmente le nostre menti in questa occupazione. In primo luogo, non abbiamo possibilità alcuna di riuscire nel nostro intento. Secondariamente ci sono altri piani che prima dobbiamo comprendere per poterci addentrare in quello che è l’ultimo livello dell’esistenza, che va oltre l’esistenza stessa, dove il Dio e la Bestia dimorano, superando il concetto di infinito e di eterno.

Il Dio crea. Incessantemente. Da lui sgorga quella che potremmo chiamare materia o energia. Ciò che crea è oltre il concetto di vita, ad un piano ancora troppo alto per noi. Forme di geometrie non euclidee si propagano nell’immensità che lo circonda. Tutto, ogni cosa, tale che possa essere o meno immaginata, nasce dal Dio. Non dobbiamo però abbandonarci al pensiero religioso di creazione: tutto ciò che scaturisce dalle sue mani, supponendo che le abbia, non ha un fine preciso. Semplicemente il Dio crea. Le conseguenze non sono contemplate.

La Bestia distrugge. Possiamo pensarla con zanne, unghie o artigli, ma la sua distruzione dipende solo dalla sua presenza. Non è mossa da odio, invidia, risentimento o vendetta. Semplicemente la Bestia distrugge. Ogni singola forma viene ridotta in infiniti frammenti di ogni tipo e dimensione che possiamo immaginare. La sola presenza della Bestia impone un movimento incessante a tali schegge: ricombinano, si scontrano, si frantumano ulteriormente. E lentamente cadono, attraverso i piani della comprensione.

I frammenti più piccoli, giunti fino al piano più basso dell’esistenza, siamo noi. E nel nostro turbinare incessante ci scontriamo con i frammenti più grandi, subiamo degli urti e ci spezziamo. Possiamo chiamare queste schegge più grandi in diverso modo: eventi, Dio, destino; non ha molta importanza. Allo stesso tempo siamo consistenti e inconsistenti. Consistenti poiché possiamo essere facilmente definiti, senza subire limitazioni; possiamo essere compresi senza sforzo alcuno. Inconsistenti poiché la nostra condizione è derelitta: portiamo il ricordo della perfezione a cui abbiamo dovuto dare un addio forzato e ne sentiamo una dolorosa mancanza. Il nostro istinto ci impone di ricombinarci con gli altri frammenti per tornare ad essere un tutt’uno, per ricomporre l’originale creazione di infinita perfezione dalla quale tutti noi deriviamo. Purtroppo a causa dell’incessante moto e delle sue cinetiche conseguenze i nostri bordi diventano sempre più frastagliati, aguzzi, non più componibili. Nel nostro tentativo di riunirci subiamo infinite frizioni, finché non sopraggiunge la resa o ci sbricioliamo definitivamente.

La nostra angoscia esistenziale dipende essenzialmente ed esclusivamente dalla nostra natura incompleta.

 

 

Come se non ci fosse un domani

Auschwitz, 20 aprile 1943.

Il prigioniero numero 10507-9 stava ritto in una pozza di luce solare, con gli occhi chiusi. Il suo nome era stato rimpiazzato tre anni prima da quelle cifre, tuttavia tutti gli abitanti forzati del campo lo chiamavano “lo Zio”. Non ricordava per quale motivo gli fosse stato affibbiato quel soprannome ma ci teneva molto. Era qualcosa che  non potevano togliergli; tutto il resto gli era stato sottratto a poco a poco, lasciando solo una pallida imitazione di ciò che era un tempo. Si era allontanato appena dalla fila per farsi toccare dal sole: il debole calore gli alleviava, seppur in minima parte, il dolore. Teneva gli occhi chiusi in un vano tentativo di evasione: cercava di pensare alla propria casa ma i ricordi gli sfuggivano come sabbia tra le mani. Un grido rauco lo trascinò rudemente alla realtà: era giunto il suo turno. Si spogliò e iniziò a correre, completamente denudato della sua, ormai flebile, dignità.

La sera stessa si contarono. Tre dei loro compagni di dormitorio non avevano fatto ritorno dalla visita medica di quella mattina. Erano pervasi da emozioni contrastanti, un misto di sconforto e sollievo. Purtroppo la loro condizione era così tragica da non permettergli di capire se fosse più saggio desiderare la sopravvivenza o la morte. Stavano lentamente scomparendo, lasciando una vuota crisalide di carne e ossa al cui interno sarebbe solo rimasta l’eco di una quieta disperazione. Il pensiero di subire quella costante e inarrestabile disumanizzazione senza poter opporsi li rendeva a volte rabbiosi, a volte angosciati; tuttavia non avevano abbastanza forze per mantenere vivi quei sentimenti e la perenne stanchezza che li accompagnava li spegneva lentamente sulle brande di legno che usavano come letti. Da qualche giorno lo Zio dormiva di fianco al prigioniero 19421-7, detto “il Vescovo”. Nella sua vita precedente, quella vera, era stato un teologo. Entrambi possedevano uno status leggermente più elevato, se così si può dire, agli occhi degli altri detenuti; erano mentalmente più forti. Prima di dormire parlavano spesso, li aiutava a rimanere saldamente aggrappati alla realtà. Quegli scambi di opinioni sembravano quasi fuori luogo ma permettevano una leggera estraniazione da quel campo maledetto; c’era sempre qualcuno degli altri che ascoltava in silenzio ed era d’altronde impossibile avere una discussione al riparo dalle orecchie altrui dato il sovraffollamento del dormitorio. Quella sera tra gli ascoltatori c’era anche il prigioniero 16309-1, conosciuto ai più come “Medaglia”. Si era guadagnato quel soprannome perché era riuscito a tenere una vestigia della sua vita passata, una medaglietta d’oro, grande appena come un’unghia, con metodi più o meno convenzionali. Tale oggetto era la sua unica ancora per la realtà ma non sempre si rivelava abbastanza pesante per quel compito. Mentre lo Zio e il Vescovo stavano parlando, al sentir pronunciare la parola “Dio”, Medaglia scattò, come un animale predatore, e afferrò il teologo per la camicia, attirandolo a sé, così che i loro occhi fossero fissi e quasi a contatto. Con il volto contratto dalla rabbia, proruppe in una domanda, scandendo le parole quasi con dolore: “E allora dov’è il nostro maledettissimo Dio? DOV’E’?”. La sua voce, in principio quasi un sussurro, si fece sempre più alta, un urlo ferino di disperazione. Passarono alcuni minuti prima che qualcuno nella stanza avesse il coraggio di muoversi; infine lo Zio si alzò e separò i due uomini, sbattendo rudemente Medaglia contro la parete. Il suo sguardo era duro come le sue parole: “Non puoi semplicemente lasciarti andare in atteggiamenti come questo. Ne va della nostra e della tua salute”. L’altro non rispose ma si accasciò a terra, piagnucolando e farfugliando frasi prive di senso compiuto: “Scava…scava…prendi il corpo…mettilo sopra agli altri…non guardare i loro volti…mai…non guardare mai…”. Ci vollero molte ore perché si riprendesse. Quel giorno gli era toccato, insieme a tanti altri, il compito più tremendo: seppellire i propri compagni nelle fosse comuni.

Un po’ alla volta se ne andavano tutti; e venivano rimpiazzati. Un ciclo continuo e maligno posseduto da un’inerzia inarrestabile. Lo scorrere del tempo non era un lusso a loro concesso. I giorni passavano in un grigiore che permeava ogni cosa e che toglieva la consapevolezza dell’alternarsi delle stagioni o del giorno e della notte. A turno venivano portati a Birkenau, per seppellire i proprio compagni. Venivano caricati su dei vagoni da bestiame e come bestiame venivano trasportati alle fosse comuni. Poi per dieci ore di fila impilavano i corpi. Senza pause. Il disgusto li assaliva, trasportato dall’odore dolciastro dei cadaveri. L’importante era non guardare i volti, o la pazzia sarebbe giunta rapidamente. Alcuni erano più fortunati. Venivano scelti per altri lavori, grazie alla loro istruzione, e a volte riuscivano a sottrarsi a quell’inumana tortura.  Uno di questi era lo Zio: una volta a settimana si recava al quartier generale del campo. Il Comandante aveva scoperto il suo passato da giornalista e gli dettava le pagine del suo diario personale. Non era piacevole portare avanti un qualsiasi lavoro per chi si occupava della gestione di quel luogo senza Dio, ma era sempre meglio di dover seppellire i cadaveri. Nulla superava quel tremendo abominio. Ad accompagnarlo ogni volta era lo Sfregiato: così i detenuti chiamavano una guardia delle SS con una cicatrice ben marcata sotto l’occhio sinistro. Lavorava alle dirette dipendenze del Comandante e si occupava di recuperare i prigionieri che potevano avere un utilizzo diverso dalla semplice e bassa manovalanza. Per quanto l’idea stessa gli facesse ribrezzo, un giorno lo Zio decise di rivolgere la parola allo Sfregiato. Il ribrezzo derivava dal fatto che non poteva esserci un punto d’incontro tra una SS e un prigioniero, almeno in teoria. D’altro canto, ci voleva quasi mezz’ora per spostarsi dal suo dormitorio all’alloggio del Comandante e il silenzio pervaso dai sordi rumori del campo tendeva ad essere snervante. La domanda sgorgò spontanea:”Perché lo fate?”. Il tono era pervaso da angoscia e rabbia. La reazione della guardia fu un pungo allo stomaco per il detenuto, l’ennesimo da quando era nel campo:”Io…noi eseguiamo semplicemente gli ordini”. Ci fu uno scambio di sguardi e un silenzio forzato finché i due non arrivarono a destinazione. Quando ormai sembrava che non ci fosse nulla da dire Zio si accomiatò da Sfregiato:”Tu…tu non li vedi, vero?”. Questa volta parlò con dolcezza, le parole uscirono dalla sua bocca come cadenti foglie autunnali, ed erano permeate di profonda tristezza.

Sfregiato era l’iscritto al partito numero 4971, uno dei primi ad arruolarsi nelle SS. Era stanziato ad Auschwitz dall’apertura del campo. Si occupava della gestione delle strutture e dei prigionieri. Non aveva mai fatto una smorfia passando davanti alle fosse comuni o aspirando l’odore dolciastro di morte. Non si era mai posto problemi per l’odore di cenere che da qualche mese permeava il lager. Completava i suoi compiti con cura e ordine, senza remore. Jawohl, lui eseguiva semplicemente gli ordini. Quando fissava quelle distese di corpi, non le vedeva. Al loro posto, ai suoi occhi si stendevano rigogliosi prati di fiordalisi che frusciavano pacatamente per la brezza, quasi ad imitare il mare. Poteva anche sentirne l’odore, lo respirava con piacere. 

Divenne una sorta di routine. Una volta a settimana compivano quel tragitto e si scambiavano qualche parola, come se fosse una convenzione. No, non erano diventati amici né conoscenti. Quelle rapide e scialbe conversazioni potevano essere considerate uno sfogo o l’ennesimo tentativo di evadere la realtà. Entrambi chiusi in un angusto corso degli eventi, cercavano un appiglio, uno spiraglio di luce che allentasse la morsa di un’ineluttabilità che li stava conducendo ormai da troppo tempo. Durante una di quelle inverosimili conversazioni lo Sfregiato pose una questione che da tempo gli martellava in testa.
“Tu ci odi? Detesti il popolo tedesco?”
L’altro sembrò sorpreso. Rimase in silenzio, chiuse gli occhi e trasse un profondo respiro, infine rispose: “No. Non credo di essere in grado di disprezzare la vita umana come alcuni di voi. Certo, non potrò mai perdonare la disumanizzazione alla quale ci avete costretti. Ci avete costretti a vivere come se non ci fosse un domani”.
Lo stupore passò da un volto all’altro. A quel punto lo Sfregiato fece una proposta: “Se vuoi posso spararti. Inizia a scappare, io ti colpirò con il fucile. E’ il meglio che possa fare per te, risparmiarti altri anni di inutile dolore”.
Lo Zio sembrò apprezzare una proposta assurda come quella: “Grazie, ma preferisco non buttare via tutti questi giorni di resistenza per un secondo di libertà”.

Da quel giorno il membro del partito numero 4971 iniziò a vedere le fosse comuni. L’orrore accumulato in anni di servizio ad Auschwitz lo travolse in un solo istante. La sua mente rimase fortemente compromessa, la sua Fede fu spezzata. Una sottile angoscia penetrò nel suo animo. Il suo sguardo tendeva a perdersi nel vuoto, conscio di aver volutamente scelto di non esistere.

Venivano ancora portati a turno a Birkenau a lavorare alle fosse. Il loro compito era però cambiato: dovevano disseppellire i cadaveri dei loro sconosciuti compagni. Molti non riuscirono ad accettarlo, il disgusto era troppo. Era impossibile non guardare gli occhi dei compagni trapassati mentre venivano strappati dalla loro più recente dimora. La volontà di molti fu spezzata. Uno degli ultimi a crollare fu lo Zio. Un giorno fu visto appoggiato al muro del suo dormitorio. Aveva gli occhi vuoti e muoveva le mani come a suonare un invisibile pianoforte; creava note che solo lui sentiva, evadendo una realtà che non poteva più tollerare.

Il 27 Gennaio 1945 arrivò l’Armata Rossa. La loro avanzata trionfale fu momentaneamente smorzata dall’odore dolciastro e di cenere che aleggiava nell’area. Una prima avanguardia sommerse il campo e radunò tutti i soldati e le guardie naziste. Nessun colpo fu sparato. Molti furono trovati mentre lavoravano per disseppellire i cadaveri o li spostavano verso i forni crematori. Nonostante l’operosità degli ultimi mesi, n’erano rimasti troppi. In nessun modo si era potuto cancellare un tale abominio. Passando dall’entrata principale, molti si fermarono a fissare le metalliche lettere sul cancello, arbeit macht frei, espressamente richiesta dal Comandante del campo, ma pochi di loro leggevano il tedesco. Uno di quei pochi era il Cecchino. Quando gli chiesero di tradurre, rispose quasi sussurrando e con un disgusto che iniziò a montargli dallo stomaco lentamente e inesorabilmente. Allorché raggiunse le fosse comuni, vomitò. Usando il proprio fucile per mantenere l’equilibrio, iniziò a scorrere lo sguardo lungo quella moltitudine di corpi e, in un istante, realizzò l’odore dolciastro di bruciato che aleggiava tutt’intorno. Fu nuovamente sconvolto dai conati di vomito. Dopo quella che sembrava un’eternità, distolse lo sguardo: vide allora una figura appoggiata a quello che sembrava un dormitorio. Inizialmente gli sembrò un prigioniero, ma quando si avvicinò si rese conto che era un membro delle SS. Aveva lo sguardo catatonico e i vestiti laceri; la cenere e lo sporco lo coprivano quasi interamente.
Aveva lo stesso sguardo dei detenuti che avevano appena liberato. Il Cecchino gli parlò in tedesco: “Alzati”. Quello lo guardò come se lo vedesse per la prima volta ma si tirò subito in piedi. Il russo lo perquisì per togliergli eventuali armi e non ne trovò; iniziò a condurlo verso l’edificio in cui avevano riunito tutte le altre SS, costeggiando le fosse. Il tedesco camminava fissando i cadaveri e si fermò improvvisamente. Il corpo dello Zio giaceva in un miscuglio di braccia e teste. Si girò verso il suo improbabile compagno:”Qual è il tuo nome?”
“Mi chiamano il Cecchino”.
“Io sono lo Sfregiato. Non mi interessa quello che mi accadrà ma ti chiedo di poter fare un’ultima cosa. Lasciami seppellire un vecchio amico”.
Il Cecchino guardò il cadavere di fronte al quale si erano fermati. Gli sembrava improbabile che potessero essere davvero amici, una guardia delle SS e un prigioniero di quell’osceno campo. Ma mosso da una sorta di compassione, acconsentì alla strana richiesta. Lo Sfregiato si buttò nella fossa e raccolse il nudo e freddo corpo. Un tempo si sarebbe pensato impossibile che un corpo potesse diventare così magro ed emaciato. Si diressero verso il recinto che delimitava il campo e lì lo Sfregiato scavò una fossa in cui pose il cadavere. Poi prese un ramo e lo piantò di fianco all’improvvisata tomba. Lo Sfregiato fissò per un attimo il risultato, poi si rivolse al Cecchino:”Riportami dov’eravamo diretti”.  Nessuno dei due parlò per diversi minuti. Quando ormai erano giunti alla loro destinazione il russo pose una domanda al suo prigioniero: “Come si chiamava il tuo amico?”.
L’altro ci pensò per un attimo:”A dir la verità, non lo so”.

Il corpo dello Sfregiato giaceva appeso ad una trave. Un processo sommario e una giustizia rapida avevano appena posto fine alla sua vita. Durante gli ultimi attimi della sua esistenza, lacrime sgorgarono e solcarono il suo viso. I presenti interpretarono quel pianto come un’esternazione di paura e di vigliaccheria. L’ultima cosa che ricevette prima di abbandonare questo mondo fu disprezzo. In realtà quelle lacrime avevano un significato più profondo. Nascevano dal rammarico per essersi abbandonato al corso degli eventi, per aver distolto gli occhi da una scelta possibile.

I corpi dei giustiziati giacevano in fila, scomposti, privi di pace. Attendevano una fossa che li avrebbe ospitati tutti per diversi anni, finché qualcuno non fosse giunto a reclamare le spoglie di quei trapassati. Un soldato dell’Armata Rossa, conosciuto come il Cecchino, li stava fissando. Improvvisamente si mosse e raccolse uno di quei corpi. Lo caricò in spalla e si incamminò. Non ascoltò le voci dei suoi commilitoni e non sentì le domande stupite e le grida di scherno che gli venivano rivolte. Si fermò davanti a una squallida tomba, dove un ramo faceva da lapide. Adagiò il cadavere e né scavò una direttamente adiacente. Una volta terminato di seppellire il corpo prese il ramo e lo spezzò a metà. Ripose una parte sulla tomba da cui l’aveva preso e l’altra su quella appena riempita. Inspirò profondamente e notò che la sua nausea era notevolmente diminuita. Si voltò e si incamminò verso i suoi compagni. Quell’uomo non vide mai più il campo di Auschwitz.

 

Philip Lee Woods

(in fondo al racconto una rapida guida alla lettura)

Philip Lee Woods era vecchio. Non era stato qualcosa di graduale, ma veloce e indolore. Erano arrivati i sessant’anni e la società lo aveva etichettato, senza chiamarlo direttamente in causa. Questo era successo due anni prima. C’era poco da fare e da dire a proposito. O meglio, probabilmente c’era poco che potesse fare e nulla di ciò che aveva da dire sarebbe stato rilevante.
Aveva trovato seccante e avvilente subire l’ennesima etichetta da parte della società; inizialmente aveva provato ad adattarsi alla figura che gli era stata assegnata. Aveva cercato di comportarsi come gli altri “vecchi” che accettavano la vecchiaia; aveva provato a stare al bar, bevendo birra e giocando a freccette, ma non era per lui. E di stare in casa non se ne parlava, era vedovo da tanti anni. Oh, aveva superato la cosa, brillantemente, ma la casa risultava vuota comunque. Spendeva un’oretta al giorno per curare il piccolo orto e le galline che teneva da tempo immemorabile, quello gli piaceva. La tv invece no, con tutti quei quiz strambi e reality show, che onestamente faceva fatica a comprendere: perché mai qualcuno avrebbe voluto una telecamera pubblica in casa o farsi filmare mentre tentava imprese ridicole?
Qualche film lo guardava certo, i western. Quelli erano intramontabili, avevano un sapore d’antico, ma un sapore buono. I suoi preferiti erano quelli di Sergio Leone: aveva guardato la Trilogia del Dollaro centinaia di volte. Adorava gli attori di quei film, soprattutto Clint Eastwood; anzi quando era giovane gli dicevano sempre che gli assomigliava un po’, con gli occhi azzurri e lo sguardo da duro, ma erano invecchiati diversamente, e ogni traccia di somiglianza era svanita. In realtà, quello che più apprezzava degli spaghetti western erano le colonne sonore di Morricone. Di sera, mentre il sole tramontava e le ombre si facevano più lunghe, si sedeva in salotto, indossava le cuffie e ascoltava quelle bellissime canzoni. Chiudeva gli occhi e vedeva il suo amato Far West, che non aveva mai visitato, ma da cui subiva un fascino infinito. Il lettore cd che utilizzava era stato forse l’unico regalo che avesse mai espressamente richiesto ai suoi figli. Pensare a Katie e Freddie gli faceva salire un po’ di tristezza; li vedeva raramente ma era giusto così: ora che avevano una loro famiglia non doveva stare in mezzo ai piedi. Una volta al mese andava a trovare i suoi nipoti èer controllare che i loro occhi fossero come i suoi. A quello in effetti ci teneva.
Ad ogni modo la verità era che voleva uscire, girare, andare oltre. Gli prudevano le mani a non fare nulla, ora che non aveva più un lavoro e prendeva la pensione.
Era una sana voglia di avventura, di lasciare le quattro mura e le strade asfaltate per qualcosa di più libero e selvaggio. Forse questa idea gli era stata impiantata da suo nonno. Il padre di suo padre aveva un ranch nel New Mexico, ed era un vero cow-boy, almeno nell’aspetto; così sembrava dal vecchio dagherrotipo appeso in sala, unico ricordo visivo del vecchio. Nella sua memoria erano rimaste poche cose, visto che era morto quando aveva solo undici anni.
Il ranch fu venduto però da suo padre, una volta ereditato, per permettere alla famiglia di trasferirsi in città, per passare ad una vita più normale, domestica.
Ora era gestito da un suo amico, che lo aveva trasformato in un allevamento di cavalli. Sapeva cavalcare, glielo avevano insegnato quando era giovane, e magari era ancora capace. Perché non riprendere la mano?
Insomma era una mattina come tutte le altre per Philip Lee Woods, e i pensieri erano un banale rituale obbligatorio prima di abbandonare il letto.
Eccetto quello del cavalcare, quello era nuovo, come se fosse stato concepito di nascosto dalla sua testa negli ultimi mesi, per uscire solo quando fosse stato abbastanza forte da farsi valere.
Forse era davvero giunto il momento di ribellarsi all’etichetta; nella sua testa si faceva martellante la domanda: che hai da perdere? La risposta la sapeva: nulla. Non aveva senso darsi continuamente un freno; era molto meglio agire. Si alzò da letto e si mise a fare tutte le sue abitudinarie quotidianità, ma con un’agitazione, una fretta che non conosceva più da due anni. Quasi lanciò il pastone della galline invece che versarlo nelle apposite ciotole. Era ormai in preda ad una smania silenziosa quando accese la macchina. Aveva ben chiara la sua destinazione. La strada deserta e l’aria che entrava dal finestrino aperto lo facevano sentire felice. Non era stato poi così difficile dare una scossa alla sua noiosa vita. Quando ormai pensava di essere a metà strada decise di fermarsi ad una stazione di servizio. Mentre finiva un caffè e pagava il conto si disse che era meglio avvertire i suoi figli, nel caso non fosse tornato per un po’. Né Katy né Freddie erano contenti della sua decisione: era troppo vecchio, dicevano, che gli era saltato in mente? Alla sua età non si dovrebbero fare certe “pazzie”. In seguito si pentì di aver alzato la voce ma era anche giusto che un padre si facesse valere su suoi figli, per una questione del genere. Quando si fu calmato richiamò entrambi, dicendogli che sarebbe tornato una volta al mese e comunque potevano venirlo a trovare quando volevano. Tutto questo supponendo che lo avessero accettato al maneggio; non aveva motivo di pensare il contrario.
Eccetto per questa leggera seccatura il viaggio andò bene e finalmente il Ranch fu in vista. Il suo amico si chiamava Tom Green, ma era tanto tempo che non lo sentiva.
Fu una grande sorpresa per lui. Ma in particolare la richiesta lo lasciò leggermente perplesso. Come pensava non ci furono problemi; aveva aiutato Tom tante volte in passato. Philip Lee Woods avrebbe lavorato al Ranch e il Ranch stesso sarebbe stato la sua casa. Un po’ di sano lavoro in cambio di vitto e alloggio. Tom lo portò a fare un giro del posto e infine gli permise di scegliere un cavallo per sé. Philip camminò lentamente lungo la stalla cercando un animale che lo colpisse più degli altri. Si fermò davanti a un Appaloosa dal mantello frost. Era una bestia docile ma resistente, adatta a lunghi percorsi; aveva lo sguardo intelligente.  Si sentiva più che bene adesso: tutto sembrava al suo posto.
Iniziarono così i mesi migliori per Philip, da molti anni a quella parte. Lavorava con impegno e quando finiva faceva lunghi giri a cavallo per le infinite distese del ranch. Si fermava sempre a guardare il tramonto, che li era sempre diverso. Ed era sempre bello. Aveva abbandonato quasi totalmente la città con i suoi negozi, i suoi quiz televisivi e le sue pubblicità invadenti. Niente macchine, smog o rumori molesti. Anche gli altri mandriani con cui lavorava erano persone più simili a lui; silenziose e semplici. Tornava solo una volta al mese a trovare i suoi figli; nel vederlo più in forma e rilassato sembravano aver accettato il suo nuovo stile di vita. Anzi gli regalarono addirittura un poncho, praticamente identico a quello che indossava Clint Eastwood in “Per qualche dollaro in più”.Iniziò ad indossarlo sempre quando era al ranch, e ora sembrava veramente un cow-boy, come suo nonno. Con il passare del tempo in Philip Lee Woods ci fu anche un andamento involutivo. L’entusiasmo si spense a poco a poco e rimase solo l’odio per la città e una sorta di malessere. Divenne più taciturno. I suoi giri a cavallo diventarono sempre più lunghi e le visite ai suoi figli divennero più rare.
Aveva addirittura acquistato la riproduzione di una vecchia colt, che portava sempre con sé, in una tasca del poncho.
Non era una questione di autodifesa, ma se in principio Philip aveva ricominciato a stare in pace con se stesso ora si stava alienando più che mai da tutto quello che non gli ricordava il far west.  Un giorno si trovò costretto ad andare in città per fare compere al supermarket. La cosa lo disgustava ma purtroppo non poteva sottrarsi in alcun modo questa volta. Parcheggiò la macchina nel suo garage e si diresse al negozio a piedi.
Entrò dalle porte automatiche e prese un carrello. La gente lo guardava sempre un po’ incuriosita, anche se lo conoscevano nel quartiere.
Con il poncho, il panama e la pelle scurita dal sole era la perfetta fotografia di un cowboy.
Aveva con se la pistola, ma per fortuna di quella nessuno sapeva niente, altrimenti avrebbero cercato di mandarlo in manicomio.
Di colpo sentì il rumore di barattoli che cadevano e un urlo . 
Un brutto ceffo con un sciarpa tirata sul volto e una cuffia la teneva con il proprio braccio attorno al collo e le puntava una pistola alla tempia. A quanto pare aveva provato a prendere l’incasso e scappare velocemente ma qualcosa gli era andato storto.
Di colpo estrasse la pistola. Non seppe perché, non ci aveva nemmeno pensato, ma la stava puntando al rapinatore. Quello lo fissò alquanto stupito, e sogghignò.
“Cosa vuoi fare vecchio? Molla la pistola o sparerò alla ragazza”.
Nella mente gli stava risuonando la musica del carillon di “Per un pugno di dollari”: la cosa gli stava decisamente sfuggendo di mano. Ma ora che era in ballo dovevo ballare.
“Lasciala, o non ti rialzerai più da terra”.
Il rapinatore aggrottò le ciglia. Ma, cosa sorprendente, lasciò la cassiera e puntò la pistola su Philip.
Si fissarono per un lungo istante, poi all’improvviso la musica del carillon finì. Spararono entrambi.
Il rapinatore cadde tenendosi una spalla. Un poliziotto uscì da una delle corsie e lo ammanettò. Nessuno lo aveva notato, perché non aveva fatto il suo lavoro, finché c’era qualcosa da rischiare.
Pian piano, un bruciore iniziò a farsi strada nella parte sinistra del petto. Guardò in giù e vide del rosso spandersi sul poncho, all’altezza del cuore.
Lentamente si accasciò e si sdraiò, con gli occhi che iniziavano ad annebbiarsi.
Un sacco di gente iniziò a chinarsi su di lui. Gli dicevano di tenere duro, che l’ambulanza era già arrivata, gli tenevano premuto sul cuore per fermare l’emorragia.
In testa gli risuonava la musica di “Per un pugno di dollari”. Forse non era giunta la fine. E poiché non si può decidere quando nascere ma solo come morire, Philip Lee Woods decise che era il momento giusto, e morì. Rapida guida alla lettura. Dunque, in primo luogo chiariamo che questo è un racconto vecchio che ho rimaneggiato. Il risultato non garba ma penso che a ritoccarlo non possa migliorare. Fa in teoria parte di una serie di racconti che ho in parte scritto: i reietti. Un po’ alla volta dovrei pubblicarli tutti.

Las Vegas

(in fondo al racconto una rapida guida alla lettura)

Dopo tanto tempo, era finalmente tornato: poteva sentire la sabbia scalfire il suo viso e scricchiolare sotto i suoi passi. La città l’aveva accolto all’alba e si era incamminato subito verso la Strip, tuffandosi nei ricordi. A quell’ora pochi spettri si aggiravano per le strade bagnate dalle lunghe ombre mattutine. Prostitute sole, a coppie o accompagnate dai clienti, che avevano finito il turno. Giocatori di poker ubriachi, in ricerca del proprio alloggio, piangevano o ridevano per la notte appena trascorsa. Individui a capo chino e dal passo svelto, dall’aspetto losco o semplicemente inappropriato. Lui non faceva parte di nessuno di questi gruppi; era lì unicamente per gustarsi i ricordi. Non era la sua città natale, né tantomeno quella della sua infanzia però qui si era sempre sentito a casa, a suo agio. Per un motivo o per l’altro aveva sempre dovuto abbandonarla, anche per lunghi periodi di tempo. Molte volte gli avevano detto che sarebbe stato meglio non tornare. Quella stessa notte Kathy gli aveva chiesto di non andare, aveva provato a convincerlo che non c’era bisogno. Quello che nessuno era mai riuscito a capire è che non era una questione di soldi. In verità non avrebbe saputo trovare una parola adatta per descrivere la sensazione che lo assaliva ogni volta che tornava; era una sorta di complicità tra lui e quell’ammasso di Hotel e Casinò che è Las Vegas. Però non aveva detto niente di tutto questo, mentre era a letto con lei. Semplicemente aveva sorriso e aveva lasciato calare il silenzio. Kathy aveva sbuffato, si era accesa una sigaretta e gli aveva voltato le spalle. Questo perché nessuno aveva mai tollerato questo suo modo di atteggiarsi, dai suoi genitori ai suoi amici, alle sue donne. Non tolleravano la smorfia che faceva al posto del sorriso, scoprendo i denti. Ma ancor di più non tolleravano i suoi silenzi; lui invece li apprezzava. Utilizzava i silenzi per assaporare l’imbarazzo, l’odio, la fiducia o qualsiasi cosa potesse scaturire da una conversazione a quattr’occhi. La scorsa notte aveva sentito paura: Kathy temeva che non riuscisse a tornare. Anche lui aveva paura; ed era eccitato, come sempre.

Nel frattempo il sole si era alzato e i suoi passi lo avevano condotto davanti alla sua destinazione. Il Caesars Palace lo stava aspettando; non era cambiato molto dall’ultima volta. Sorrise ripensandoci: dieci anni fa si era presentato come un impiegato dell’associazione per il gioco d’azzardo del Nevada e si era divertito molto. Purtroppo questa volta il suo ruolo era differente.

Si sistemò il panama, inclinandolo verso la nuca: era pronto per cominciare.

 

Rapida guida alla lettura.

…che in teoria non c’è. O meglio, questo racconto è molto meno ragionato e “limato” di quanto non possa sembrare a prima vista. E se non lo sembra tanto meglio. Non so perché ma ho sempre avuto in mente la scena di una persona con un panama bianco che camminava per la Las Vegas Strip all’alba. Per quale motivo, non saprei dire. L’altro giorno, mi pare fosse domenica, mi sono risognato la scena in un dormiveglia catatonico. Mi son detto che tanto valeva scrivere il tutto, così per fare contento il mio subconscio (o quello che è). La cosa più difficile è stata appunto non “limare” troppo la scena che avevo pensato e non allungarlo troppo con dettagli, mi piace il fatto che rimanga nebuloso il motivo per cui quest’uomo senza nome si trova nel Nevada. Sul nome sono stato indeciso parecchio, avevo scelto Victor, ma poi ho preferito l’anonimato.

Ad ogni modo sono abbastanza soddisfatto del risultato. In realtà mi piacerebbe ampliare molto questo racconto ma solo la trama mi prenderebbe un tempo esagerato, quindi finisce nel cassetto (come tutto il resto).

 

Enjoy.